continuazione di 1 OTTOBRE 1956

scritto da ninuzzo
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Testo: continuazione di 1 OTTOBRE 1956
di ninuzzo

Solo alla Nunziatedda c'erano lungo il mare una strada più larga ed una praja più larga piena di ancore di una tonnara che non c'era più ed i relitti di tanti barconi che servivano per fare fuoco. C'era un angolo con qualche barca ancora in attività. Tutt'intorno era pieno di reti ordinate o da buttare, lampare, vernici, attrezzi per verniciare..... La Nunziatedda era ed è il capoluogo della frazione. C'erano la scola, la Chiesa della SS. Annunziata che dava il nome a metà delle neonate, la stazione ferroviaria, il bar, la macelleria e nà putìa, non c'era la farmacia se non un giorno alla semana, se la farmacista si ricordava. La forza pubblica era alla Pietragrossa come abbiamo visto, alla casermetta della Guardia di finanza. A quell'epoca anche via Brin, anche se Strada Nazionale, non era trafficata, Qualche macchina, qualche motocarro, ogni tanto. Il traffico era soprattutto di scecchi, muli, raramente jimente,
e molti carretti.
Ma torniamo verso la scola che aspettava a braccia aperte. Arrivato alla casa del nonno Vasile, fui sbaciucchiato da nonni, zie varie di tutte le età e da tutto il parentado e vicinato. Mi aspettavano in agguato. Il fatto mi dava molto fastidio perchè oltre agli aliti agliosi e cipollosi mi dovevo sobbarcare molte bavosità sulle guance.
Mio nanno Vasile era allora un uomo vecchissimo, come la nonna Nina, erano infatti del 92 e si erano sposati giovanissimi con una fujtina: il nanno rapì la nanna, e mise tutti di fronte al fatto compiuto. Ora, dopo una vita tra bestiame vario e duro lavoro della terra era diventato rotondetto, con la testa a mò di boccia da bigliardo, coperta dall'immancabile coppola, vestiva sempre di velluto che sapeva di formaggi e ricotte a aveva spesso in bocca il sucarro quasi sempre spento.
Il nanno mi prese per mano e partimmo per la scola che non avevo mai visto. Man mano che andavamo verso la Nunziatedda, al cui inizio si trovava la scola, dopo ù trappitu, che era il mio confine da non oltrepassare per i giochi, incominciai a vedere posti nuovi. qualche vanedda da cui si intravvedevano la praja e il mare, qualche casa con molti vasi di fiori, una casa grande che mi meravigliò perchè era tutta coperta da edere, case anche lato ferrovia.... . Tutto era per me una novità.
Però, tutte queste novità che mi piacevano, non mi facevano dimenticare che stavo andando a scola. Ogni vanedda era un pretesto per cambiare strada e ritardare il momento. Il nanno doveva continuamente tirarmi per la retta via e, quando svicolavo, prima mi fischiava e poi veniva a prendermi in braccio, come si fa con i capretti. Arrivammo alla scola, il carcere con la maestra guardiana, sempre fermo al banco di cui mi avevano parlato. Sapevo che avrei dovuto rimanere seduto per tutta la mattinata!!
Arrivammo. Lato montagna c'erano palazzi anche a tre piani arrampicati sotto la scarpata della ferrovia, un ponte della ferrovia su un vallone asciutto. Alla scola si arrivava scendendo per una scala che partiva dall'inizio del ponte stradale sullo stesso vallone. Finita la scala di pochi gradini si accedeva ad un lungo pianerottolo sul quale si aprivano le porte di un paio di aule; il lungo pianerottolo era un balcone addossato alla scarpata soprastante. Al piano di sotto, che dava sulla strada prima della praja, c'erano le altre aule. Era una grande casa su due livelli adibita a scuola. Da lì a qualche settimana fummo tutti trasferiti nella nuova scola, al centro della Nunziatedda, nuova scola che aveva anche i cessi.
In ritardo, mè nannu si scusò " picchì u picciriddu fici ù torbitu ", mi consegnò alla maestra che quel giorno era la signorina Lojacono e se ne tornò verso casa. La signorina Lojacono, maestra e direttrice della scola, era la sorella di padre Lojacono, parroco di tutta la Marina di Caronia. Loro due, col capo stazione ed il brigadiere della Finanza erano le autorità del paese, l'avevo sentito dire nei curtigghi di zie, nonne, parenti e vicini, mentre facevo finta di giocare.
Entrato nella aula, era la prima volta in tutta la mia vita, rimasi impaurito dalle due file di banchi, dalle vecchissime cartine geografiche alle pareti, dalla ancor più minacciosa lavagna e dalla cattedra che era molto più in alto dei banchi. Ogni banco era a due posti con i sedili ribaltabili, ogni sedile era collegato con quello accanto e con quello davanti e quello dietro; tutti i banchi nella stessa fila erano anche collegati da tavole che fungevano da poggiapiedi. Ogni fila di banchi era un tutt'uno inamovibile. ogni coppia di sedili aveva un unico piano inclinato con l'alloggiamento per il calamaio ed il pennino alle estremità. Sotto il piano inclinato era ricavato un ripiano per libri e quaderni. Erano banchi vecchissimi, tutti incisi coi coltellini e pieni di scritte ad inchiostro. Ad ogni banco erano seduti due bambini che non toccavano terra coi piedi. C'erano i miei amichetti già a due a due, fui accompagnato dalla signorina Lojacono verso un banco con un sedile vuoto, accanto ad un bambino col grembiule bianco. Si chiamava Maurizio, veniva da Belluno ( ma dov'era Belluno ?) ed era il figlio del capostazione, così si presentò.
Dopo uno sguardo sui banchi mostruosi, troppo grandi per bambini di 6 anni, osservai la cattedra, la lavagna e le carte geografiche. Era tutto cupo, sgradevole ed inospitale. La signorina Lojacono, che doveva avere l'età delle mie nonne, si accorse del mio disagio e mi spostò vicino ai bambini del Ponte Bruca e della Pietragrossa. C'erano Pippino Sfirruzza, Pippino Pintaudi, mio cugino Ciccio Spinnato ed altri. Ne ebbi sollievo ma non abbastanza.
Seduto sul sedile con le gambe penzoloni a stento riuscivo ad appoggiare i gomiti sul piano inclinato. Era una situazione scomoda, costrittiva e la maestra mai vista prima, mi intimoriva.
Nell'aula arrivava un bel sole dall'unica finestra aperta che dava sul pianerottolo d'ingresso, arrivava anche il rumore della maretta. Là fuori c'era la praja! Il paradiso! Mentre la maestra iniziava a chiamare i bambini uno per uno, lasciai i quaderni e la matita sul banco, presi la rincorsa e , appoggiando le mani sul davanzale, puntai i piedi sul muro e scavalcai la finestra atterrando sul balcone/pianerottolo. Salii velocemente i gradini ed arrivato sulla strada, incominciai a correre nella direzione da dove ero venuto. In lontananza, all'altezza di una vanedda in discesa, vidi il nanno Vasile che, soru, soru,camminava verso casa.
Sempre a buona distanza, ammucciandomi ogni tanto temendo che si girasse, lo seguii e gli presi la mano sull'uscio di casa. Accarezzandomi la testa e ridendo mi portò al piano di sotto attraverso ù catarrattu e la scala di legno. Alla nanna Nina disse che " è ancora sarvaggiu e scappau rà scola ".
Giocai libero come il vento per tutta la mattinata sulla praia, da solo perchè gli amichetti erano tutti in carcere. Per farmi mangiare, a me che piacevano solo pasta asciutta e patate fritte, a zà Giuvanna, muggheri ri mè zù Sarinu, cu Ninuzza 'vrazza mi cuntau ca " cc'era na vota nu rrè, bbafè, viscotta e minè, cc'havia na figghia, viscotta i minigghia..... ". Dal giorno dopo e per una settimana, mè nannu Vasile mi accompagnò ogni mattina a scola e fece la guardia fino alla campanella di uscita.
Sapevo che era lì in agguato, speravo si sarebbe stancato. Durante la ricreazione davo una occhiata in cerca di vie di fuga, ma era sempre lì a fare la guardia. Qualche volta non lo vedevo ma poi appariva e se non lo vedevo sentivo l'orribile odore del sucarro. non potei più evadere.

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